quote e privilegi femminili

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Il meccanismo delle quote e dei privilegi, oltre che essere ai limiti della discriminazione sessuale, aggrava ancor di più in Italia la questione della scarsa meritocrazia e dello sviluppo economico.

Alcuni esempi:

Imprenditoria Femminile - secondo recenti norme una società con oltre il 50% di soci fondatori donna ha diritto e privilegio di accedere a prestiti a tasso speciale o addirittura capitali a fondo perduto. Questo vuol dire che tra due ragazzi che hanno ideato un processo innovativo di produzione di energia solare e rinnovabile e due ragazze che vogliono aprire la terza videoteca nella loro via verrà finanziato il secondo progetto. (e quei due ragazzi, come molti, se ne andranno all’estero a regalare innovazione e tecnologia ad altri stati)

Studio e Corsi Post Diploma -  Buona parte della formazione post-diploma e alternativa alla laurea è rappresentata dai corsi del Fondo Sociale Europeo (miliardi di euro finanziati ogni anno dall’UE) per accedere a questi fondi è necessario introdurre il quoziente donna, ovvero per avere punteggio si deve affermare che ai nostri corsi le donne avranno un “accesso sicuro” almeno per il 50%. Questo vuol dire che durante le selezioni di accesso ai tuoi corsi di studio se avrai selezionato ad esempio su 10 candidati già 4 donne e 5 uomini ed il decimo selezionato (come punteggio) fosse un maschio, sei invece costretto a scegliere la femmina (anche se meno qualificata e talentata). Ovviamente per il contrario non c’è nessuna tutela cioè se scegli 9 su 10 femmine nessuno viene a dirti niente. Se non rispetti questo meccanismo discriminatorio e dequalificante non accedi ai fondi e non lavori.

Abbiamo visto due esempi tra i tanti disponibili in Italia.

Queste discriminazioni non sono solo gravi a livello etico ma pesano sulla qualità della formazione, del lavoro. In questo modo la donna si è pari all’uomo, ma grazie ad un piedistallo pagato dalle nostre tasse.

L’imprenditoria (rischio, capitali privati) resta comunque quasi solo maschile, mentre sui 6.000.000 di dipendenti statali e parastatali (pagati da noi) il 75% sono donne.

Probabilmente se si togliessero tutti i soldi investiti nella discriminazione sessista (da alcune femministe viene definita discriminazione positiva) non ci sarebbe ogni anno bisogno di fare la finanziaria e si pagherebbe meno tasse.

I casi sono due: o si investe al pari anche sull’uomo (ad esempio nel settore famiglia, paternità, altro) o si tolgono questi privilegi sbilanciati e si lascia che le persone si adoperino, studino e lavorino secondo le loro “reali” capacità secondo i moderni principi europei della meritocrazia.

collegamenti esterni:

- i privilegi dell'essere donna (di a.landriscina)



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